Negli ultimi anni gli affitti brevi sono stati considerati una delle soluzioni più redditizie per valorizzare un immobile. La promessa era semplice: maggiore flessibilità, incassi superiori rispetto al contratto 4+4 e controllo diretto dell’immobile.
Oggi però lo scenario appare più complesso.
Secondo dati di settore, una quota significativa di proprietari che aveva scelto il breve termine sta riconsiderando la propria strategia. La principale motivazione è la redditività inferiore alle aspettative: tra commissioni delle piattaforme, costi di pulizia e lavanderia, utenze sempre attive, manutenzioni frequenti e periodi di vuoto, i margini si sono progressivamente assottigliati.
A questo si aggiunge un fattore spesso sottovalutato: la gestione operativa. Check-in e check-out, assistenza continua agli ospiti, gestione recensioni e imprevisti trasformano quello che sembrava un investimento passivo in un’attività quasi imprenditoriale.
Sul piano normativo, l’introduzione del Codice Identificativo Nazionale (CIN) e l’inasprimento della fiscalità, con la cedolare secca al 26% dal secondo immobile a partire dal 2026, stanno rendendo il quadro più strutturato e meno “leggero” rispetto agli anni del boom iniziale.
Parallelamente, in molte città italiane si registra una crescente saturazione dell’offerta. L’aumento degli annunci ha intensificato la concorrenza e, in alcuni casi, ridotto il tasso di occupazione medio. Il risultato è un mercato più selettivo, dove improvvisazione e aspettative irrealistiche vengono rapidamente corrette dai numeri.
Non si tratta necessariamente della fine degli affitti brevi. Piuttosto, sembra l’inizio di una fase più matura, in cui solo modelli ben organizzati, con gestione professionale e analisi puntuale dei costi, riescono a mantenere livelli di redditività interessanti.
Per molti proprietari, tuttavia, la stabilità e la prevedibilità del lungo termine stanno tornando a rappresentare un’alternativa rassicurante.